Radio Uno Agrigento

logo Via delle Mura, 31
92100 Agrigento

Tel. 092224600

Responsabile: Paolo Punturello

inizio trasmissioni: 1977
fine trasmissioni: 1997

Frequenze di trasmissione:

102.00 Via delle Mura / Agrigento

Frequenze disattivate:

102,00 Monte Cammarata / San Giovanni Gemini

Radio Uno Agrigento nasce nel 1977. Fondatore e anima Paolo Punturello, appassionato di musica e bassista in un gruppo musicale degli anni 70. L’idea dell’apertura di Radio Uno Agrigento nacque con lo scopo di mandare in onda solo musica di qualità, per il solo piacere di ascoltare musica e stare insieme, ma nello stesso tempo lasciare una precisa impronta musicale nel panorama radiofonico agrigentino. La musica e la programmazione di Radio Uno Agrigento coinvolgeva ogni giorno sempre più radioascoltatori facendo registrare elevati indici di ascolto. Del fenomeno si interessò anche il settimanale Panorama che dedicò un interessante articolo sulla radio agrigentina dal titolo “un’oasi nel deserto”. Oltre al fondatore Paolo Punturello gli altri collaboratori della radio erano Mario D’Alessandro, Beniamino Urso, Peppe Vita, Claudio Tedesco, Gaetano Alletto, Sandro Sciarratta, Antonio Barone e Michele Castellucci. Una delle tante idee di Radio Uno Agrigento era quella di produrre un giornale di informazione musicale. Era stata costituita una redazione giornalistica, si facevano i notiziari, i dibattiti, le interviste. Alla fine degli anni ottanta ci furono degli avvicendamenti nel nucleo storico che aveva dato vita alla radio, ma il livello qualitativo della programmazione rimase comunque alto. Nei primi anni ’90 i costi per la gestione dell’emittente aumentavano pesantemente e da poco era entrata in vigore anche la legge Mammì che imponeva precise regole per consentire alle radio di continuare a trasmettere. Questi fattori incisero profondamente sulla gestione della struttura, così nel 1997 si arriva alla triste decisione di chiudere la radio. (Francesco Maggio – Siciliamedia)

Altre fonti la riportano con sede legale in Via Petrarca 2/bis e responsabile Maria Teresa Caputo, altre ancora il 1999 come anno di chiusura.

sede La sede dell’emittente

trasmissione Sala trasmissioni

registrazione La sala registrazione

 

Un articolo di Fuorivista n° 3 del dicembre 1999 racconta la storia di Radio Uno Agrigento:

Le buone vibrazioni di Radio Uno nel ricordo del suo inventore: Paolo Punturello

di Fabio De Vecchi

“Quando io voglio qualcosa, voglio di più,
allora accendimi come una radio”.
(Patty Smith-Poppies)

Fondatore e anima di Radio Uno, Paolo Punturello, 48 anni, sposato, un impiego statale. Paolo è uno che ha speso gran parte della sua vita a coltivare la sua passione per la musica. Bassista negli anni gloriosi del beat italiano, organizzatore di concerti, tecnico del suono, capace di destreggiarsi tra mixer ed ogni sorta di diavoleria elettronica, grande collezionista di tutto ciò che abbia a che fare con i Beatles, è riuscito persino a costruirsi una piccola sala d’incisione. Con lui e Peppe Vita, grande amico comune, fine conoscitore di musica rock e non solo, DJ per molti anni a Radio Uno e Radio Studio Sicar di Palermo, abbiamo ricordato gli anni di Radio Uno.

Allora Paolo iniziamo dalla fine, dalla tua decisione di chiudere la radio.
E’ stato fondamentalmente un motivo economico. La legge Mammì, fra le altre cose, imponeva l’assunzione e la messa in regola di tutto il personale e questo avrebbe gravato pesantemente sui bilanci. Cercai di mantenere la radio con l’organizzazione dei concerti ed il noleggio degli impianti, ma questo non bastò.

Secondo te quindi è stata la nuova legge sull’emittenza che ha decretato di fatto la fine delle radio libere?
Sicuramente .Esiste tuttora la caccia alle frequenze che hanno ormai prezzi assurdi. La legge Mammì ha imposto anche l’obbligo di realizzare notiziari locali.Esistono delle testate giornalistiche specializzate in cucina, non si capisce perché non potevamo specializzarci in musica, in informazione musicale.

Torniamo un po’ indietro negli anni. Come nasce questa tua passione per la musica?
Nasce negli anni ’60 con i Beatles e con trasmissioni radiofoniche come Bandiera Gialla. Allora suonavo il basso in un gruppo locale, cantavamo i pezzi dei Beatles in italiano, alle traduzioni pensava Mario D’Alessandro che adesso collabora con grosse case discografiche.

Tu allora vivevi ad Agrigento. Come arrivava qui la rivoluzione musicale degli anni ’60? Come trovavate i dischi?
Esistevano delle riviste musicali come “Giovani” e trasmissioni radiofoniche dalle quali registravamo i brani. C’era inoltre un negozietto in via Atenea , credo si chiamasse Gandolfo. Non era molto aggiornato ma in qualche modo alla fine riusciva a farci avere i 45 giri dei Beatles o degli Stones. Spesso neanche noi conoscevamo esattamente i titoli dei brani, ascoltavamo alla radio un pezzo dei Beatles e cercavamo di avere quanto più possibile della loro produzione.

Accennavi prima al gruppo in cui suonavi il basso all’epoca.
Ci chiamavamo I Ragazzi del fiume.Poi ci sciogliemmo e nacque un altro complesso, Tau e i Dales: ci proposero di incidere un disco e partimmo per Napoli.Dovevamo incidere nella stessa sala in cui registravano gli Showmen, solo che non avevamo molti soldi e finimmo per dormire nei sacchi a pelo. Alla fine realizzammo un 45 giri. Da una parte c’era una canzone che si chiamava “A due passi dal cielo”, il b-side “Ergastolo”. Avremmo dovuto incidere un successivo 45 giri di cui rimane l’acetato, ma il povero Enzo Frangiamore che era il nostro chitarrista, morì in una piscina di Lubiana e ci sciogliemmo.

Quali erano i locali in cui suonavate?
Il clou erano le feste scolastiche domenicali al Supercinema, poi il Vigneto, il Ragno d’oro. Alla Barcaccia di Porto Empedocle suonammo come gruppo spalla dell’Equipe 84. Partecipammo anche ad una grossissima manifestazione a Palermo, si chiamava Palermo POP 70, c’erano nomi come James Brown, Arthur Brown, Aretha Franklin.

In quegli anni andavano forte gruppi come i Rockes i Corvi i Giganti.
Si, ma non mi prendevano più di tanto. Preferii da subito i Beatles e gli Stones e poi i Jethro Tull ed i Bee Gees. Il beat fu un fenomeno passeggero che si autodistrusse presto, rimasero quelli che valevano davvero.

Quali furono per te i dischi fondamentali di quegli anni?
Sicuramente i Beatles di Revolver, ma anche i primissimi di Love me do e Please Please Me. Tieni conto però che allora non esistevano neanche degli impianti stereo adeguati; io avevo il giradischi Geloso, ma in realtà ascoltavamo i dischi per carpirne gli accordi ed arrangiare i pezzi. Eravamo in pochi ad ascoltare questo tipo di musica e ci conoscevamo tutti, il mio grande amico Beniamino Urso e poi Luigi Gangarossa. Ricordo che Luigi faceva i matrimoni ed era costretto a suonare i valzer le tarantelle i tanghi, non amava certamente questo tipo di musica, ma visto che lo pagavano la suonava per comperarsi la batteria e comunque permettersi di suonare quello che gli piaceva. C’è stato un periodo in cui anch’io suonavo ai matrimoni ed ai veglioni : la condizione era “compratemi il basso e l’amplificatore”, e devo dire che lo facevano. Comunque per ritornare alla domanda che mi hai fatto, penso che Revolver sia ancora il migliore in assoluto.

Poi arriva il famoso ’68.
Non mi interessava la politica in senso stretto, preferivo suonare. Questa era la mia rivoluzione, il Rock aveva una valenza libertaria, il Night una conservatrice, la musica significava libertà. Il messaggio era quello.

A questo punto devi raccontarmi l’episodio di Franco Franchi.
Ma no…,comunque andò così: Franco Franchi, che all’epoca era un personaggio famosissimo , stava per iniziare una tournèe in Sicilia e scelse me come bassista e Luigi Gangarossa come batterista. Solo che dopo un paio di date ci arrivò la chiamata al servizio militare e fummo ricoverati all’Ospedale Militare di Palermo…diciamo che Franco Franchi ci diede una mano a risolvere la situazione.

E poi?
Continuammo la tournèe, i teatri erano sempre stracolmi, sicuramente siamo stati più utili alla Patria suonando. Lui era una persona affabile: dopo le serate andavamo a bere il vino nelle trattorie e alla fine mi comperai una BMW in contanti.

Arriviamo all’apertura della Radio
L’idea nacque dal bisogno di divulgare la musica che ci piaceva. Nella seconda metà degli anni settanta mi capitò di ascoltare Milano International e Radio Palermo Centrale: parlai con Mario D’Alessandro dell’idea di mettere su una radio libera. Un certo Ignazio di R.P.C. ci disse che a Reggio Emilia vendevano i trasmettitori., Acquistammo il materiale, affittammo una camera ed aprimmo Radio Agrigento Centrale, che è stata la prima radio libera di Agrigento. Dopo un paio di mesi però nacquero le prime divergenze con gli altri soci, fondamentalmente sulla musica da mandare. Lasciai ed aprii Radio Agrigento Uno.

Chi ti seguì in questa avventura?
Mario D’Alessandro che si occupava dei testi pubblicitari e Beniamino Urso. Beniamino era uno che non scendeva mai a compromessi, io invece all’inizio cercavo di mediare la musica di qualità con una un po più commerciale: questo per allargare il più possibile il nostro pubblico. Quando parlo di musica commerciale intendo gruppi come gli Hearth Wind and Fire, roba comunque non banale.

Mi stavi parlando dei collaboratori.
Si appunto, Beniamino, Peppe Vita che è qui con noi Claudio Tedesco ,Tano Alletto, Sandro Sciarratta .C’era poi un certo Vittorio, non riesco a ricordarmi il cognome, era un impiegato di banca, aveva tutti i dischi dei Beatles. Luigi Gangarossa, che allora viveva a Milano, ci spediva le ultime novità. C’erano poi alcuni ” dissidenti” di Radio Rabbato come Antonio Barone. Se ripenso a quegli anni il ricordo più bello è quello dei notturni con Beniamino, Peppe, Luigi. Stavamo su tutta la notte a trasmettere ed ascoltare musica solo per il piacere di farlo, di stare insieme. Nacque anche così un legame fortissimo che dura tutt’ora, anche se certi momenti sono irripetibili.

Che zona d’ascolto coprivate?
Coprivamo quasi tutta la provincia. Ci fu un periodo in cui installai dei ripetitori su monte Cammarata, in quel modo coprivamo quasi tutta la Sicilia. Arrivavamo addirittura ad Ajaccio, solo che la neve dopo un po’ faceva cedere le antenne e ci toccava andare a cambiarle, così alla fine lasciai perdere. Quello comunque fu un periodo d’oro per la radio, l’Abacus ci dava un 80 per cento degli ascolti, a Palermo nacque addirittura una Radio, si chiamava HR98 sull’impronta della nostra. Gente come Gaetano Palazzo, Marcello Cavalli, Franco Benincasa, Angela Bruno, Pasquale Prestigiacomo, che allora andava fortissimo nelle radio palermitane, ci apprezzava moltissimo, tanto che poi collaborò con noi. A Radio Uno avevano la possibilità di mandare la musica che preferivano, mentre altrove dovevano sottostare a condizionamenti e logiche commerciali. Era talmente ascoltata Radio Uno in quegli anni che una volta al campeggio a S.Leone scendendo a mare sentii le note di Stairway to Heaven nell’aria;, tenda dopo tenda. C’era sempre quella canzone, quando arrivai al mare sentii “Radio Uno…102”.

Allora le radio libere avevano una funzione di indagine sociale, giornalistica alternativa a quella ufficiale.
Per qualche anno abbiamo avuto una redazione giornalistica diretta da Giovanni Taglialavoro, facevamo i notiziari, le tavole rotonde, le interviste in strada. Era un lavoro ben fatto, ma dopo un po’ tutto questo fini, al di là dei costi che pure incidevano notevolmente, quello che avrei voluto fare davvero era un “giornale parlato” , cosi’ si diceva all’epoca, di informazione musicale. Lo dicevo all’inizio, una legge sbagliata che ha finito per far sparire le piccole realtà a favore dei grandi Network e che ha imposto i notiziari locali. Noi facevamo informazione musicale, avremmo voluto farla a trecentosessanta gradi. La musica che propongono oggi questi network è di una mediocrità sconfortante, noi avevamo un rapporto di assoluta onestà con la musica che trasmettevamo, ci sentivamo responsabili nei confronti degli ascoltatori, non avremmo mai proposto qualcosa che non ritenevamo di qualità. Una volta arrivò ad Agrigento un giornalista di Panorama, ci ascoltò e rimase talmente colpito da dedicarci un articolo: si intitolava “Un oasi nel deserto”.

Abbandonati i notiziari vi caratterizzaste esclusivamente per i programmi musicali.
Tentai di trasformare la Radio in testata giornalistica, di informazione musicale, raccomandai ai conduttori di non limitarsi alla presentazione del brano ma di introdurlo nella maniera più completa possibile. Ci sforzavamo di fare del giornalismo musicale, Peppe Vita è stato uno dei maestri in questo senso.

C’è stato un momento nei primissimi anni 80 in cui Radio Uno era davvero un punto di riferimento: c’era il programma di Peppe e poi le famose bobine di Radio Uno, lo special Beatles -Rolling Stones, tutta musica peraltro lontana da quello che andava di moda in quegli anni.
Avevamo creato un gruppo di lavoro a casa di Beniamino a Porto Empedocle, il “Circolo heaven”. Era bellissimo stare lì a registrare le bobine, stavamo anche ore a discutere sulla scelta di un brano.

Cosa ricordi dell’incontro con Demetrio Stratos?
Alla fine di un concerto degli Area, che registrammo in multitraccia, andammo in radio, lui parlava poco, ti faceva sentire la sua presenza. L’incontro durò un’oretta, fece il giro della radio con gli altri del gruppo; vi fu un tentativo di intervista, mi pare registrammo qualcosa: era indubbiamente un personaggio.

Fino a quel punto riuscivate a finanziarvi con la pubblicità…
Si, poi in occasione delle manifestazioni del Piccolo Teatro Pirandelliano iniziammo a lavorare con i service. Nacquero nuove professionalità: fonici, microfonisti, tecnici di palco, tecnici di sala, sentivo l’esigenza di lavorare ad un’altra grande passione che era quella dei banchi di regia.

Quindi la Radio divenne una vera e propria impresa.
Si, ad un certo punto creai anche una sala di registrazione, feci il primo disco, acquistai una serie di strutture audio, nacque Vinilia. Queste attività con i proventi che ne derivavano mi liberarono dal condizionamento della pubblicità. Ottenere i pagamenti era una cosa complicatissima, senza contare che gli spot ci obbligavano ad interrompere continuamente i programmi.

Non è che tutto questo ti distrasse dalla direzione della Radio?
No, assolutamente, alla fine degli anni ottanta ci furono degli avvicendamenti nel nucleo che aveva dato vita alla radio, ma il livello qualitativo rimase comunque alto. Bisogna dare merito all’impegno di Michele Castellucci che ha contraddistinto gli ultimi anni della Radio.

Per il resto che dire…ci manca Radio Uno, ci mancano quegli anni, eravamo tutti più giovani allora, ma questa è un’altra storia.

Con la collaborazione di Peppe Vita.

palinsesto1 Un palinsesto dei primi anni ’80 palinsesto2 …e uno del 1982

fonti: Siciliamedia, Francesco Maggio

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